by Stefano Bruschi
Durante di Alighiero degli Alighieri — meglio noto come Dante — nacque a Firenze tra il 21 maggio e il 21 giugno del 1265 (la data esatta della sua nascita è sconosciuta).
Questo insigne poeta, scrittore e uomo politico italiano è universalmente riconosciuto come il padre della lingua italiana. Tale titolo gli è attribuito per aver composto la “Divina Commedia”, un capolavoro che è considerato una delle opere poetiche più significative del Medioevo e il culmine della letteratura in lingua italiana. Per onorare la sua memoria, nel 1900 furono installate nel centro storico di Firenze lapidi in pietra che riportano le terzine dantesche, collocate in punti strategici corrispondenti a luoghi menzionati o riferiti nell’opera. Tali lapidi definiscono un vero e proprio itinerario letterario che ci accingeremo ad esplorare insieme.
by Stefano Bruschi
Lapide situata in Via del Corso sopra la porta del civico 18, dove un tempo si trovavano le case degli Adimari parenti dell’Argenti.
stemma: Famiglia CAVICCIULI
Inferno – Canto VIII – vv 61 – 63
“TVTTI GRIDAVANO: – A FILIPPO ARGENTI! –
E’ L FIORENTINO SPIRITO BIZZARRO
IN Sè MEDESMO SI VOLGEA CO’ DENTI.”
Tutti (gli altri dannati) gridavano: “Addosso a Filippo Argenti!” E quel suo spirito fiorentino, che per natura era superbo e bizzarro, si rivolgeva contro sé stesso mordendosi (per rabbia e disperazione).
Filippo degli Adimari, un nobile fiorentino, era noto con il nomignolo di “Argenti” poiché era solito ferrare il proprio cavallo con zoccoli d’argento.
Durante l’attraversamento del fiume Stige, Dante Alighieri riconosce lo spirito di quest’uomo e, in un impeto di sdegno, esprime chiaramente come la sua antica rabbia nei confronti dell’Argenti si sia ora convertita nel desiderio di vederlo sottoposto a tormento eterno.
A quel punto, gli altri dannati si uniscono in urla e assalgono l’Argenti, il quale si dibatte nel fango con ira irrefrenabile. Questo episodio rappresenta un momento significativo in cui Dante manifesta la sua adesione alla giustizia divina. La pena di Argenti simboleggia perfettamente il contrappasso: la sua stessa rabbia smodata lo divora, costituendo una potente raffigurazione della punizione riservata a coloro che hanno commesso il peccato d’ira.
Filippo Argenti viene collocato tra gli iracondi del V cerchio nell’Inferno, i quali immersi nel fango dello Stige (uno dei fiumi infernali) si colpiscono continuamente a vicenda con schiaffi, pugni e morsi.
by Stefano Bruschi
Questa lapide si trova in via Calzaiuoli tra i civici 11R e 13R, dove un tempo si trovavano le case dei Cavalcanti.
Stemma: Famiglia Cavalcanti.
Inferno – canto X – vv 58 – 63
” . . . SE PER QUESTO CIECO
CARCERE VAI PER ALTEZZA D’INGEGNO,
MIO FIGLIO OV’è? E PERCHE’ NON è TECO?
ED IO A LUI: DA ME STESSO NON VEGNO:
COLUI CHE ATTENDE Là PER QUI MI MENA,
FORSE CUI GUIDO VOSTRO EBBE A DISDEGNO.
“”Se tu stai attraversando questa prigione oscura (l’Inferno) grazie alla tua eccellenza d’ingegno, dove si trova mio figlio? E perché non è venuto con te?”
“Io non mi trovo qui per merito mio (da me stesso non vegno): colui (Virgilio) che mi aspetta laggiù in fondo mi guida attraverso questo luogo, forse a causa di Colei (Beatrice) che il vostro Guido ebbe a disprezzo.”
Quando Farinata degli Uberti si manifesta dalla sua tomba, chiede a Dante, riconoscendo la sua intelligenza e acume, se si trova in quel luogo infernale solo di passaggio, come un’anima ancora viva.
Dante risponde, chiarendo immediatamente che la sua presenza lì non è autonoma, ma è dovuta alla guida di qualcun altro, riferendosi al poeta Virgilio, che in quel momento lo sta aspettando in un luogo vicino per ricondurlo in superficie.
A questo punto, l’azione si sposta su un altro dannato, Cavalcante dei Cavalcanti (che sente il dialogo). Vedendo Dante vivo, Cavalcante interrompe la conversazione per chiedergli notizie di suo figlio, Guido Cavalcanti angosciato dal fatto che Dante si trovi in quel luogo.
Guido Cavalcanti, seguace dell’epicureismo, venne posto da Dante fra gli eresiarchi nel VI cerchio dell’inferno in cui i dannati giacciono dentro tombe infuocate.
by Stefano Bruschi
Questa lapide si trova in piazza Signoria nel cortile interno di Palazzo Vecchio
Inferno – canto X – vv 91 – 93
” . . . FV’ IO SOL COLà DOVE SOFFERTO
FV PER CIASCVUN DI TòRRE VIA FIORENZA
COLVI CHE LA DIFESI A VISO APERTO. “
Fui l’unico a essere presente in quel luogo dove tutti quanti (i Fiorentini) avrebbero accettato che Firenze venisse spazzata via (dalla storia o dalle forze esterne); fui colui che la difese apertamente (con coraggio e senza nascondersi).
Farinata degli Uberti, rivolgendosi a Dante, ricorda con orgoglio il suo ruolo cruciale in un momento storico ben preciso. Con l’espressione “là dove sofferto / fu per ciascun di tòrre via Fiorenza”, egli si riferisce all’assemblea di Empoli del 1260.
Dopo la schiacciante vittoria dei Ghibellini a Montaperti, tutti i capi esuli e vittoriosi concordavano sulla necessità di demolire e cancellare Firenze per eliminare definitivamente la fazione Guelfa. Tuttavia, Farinata sottolinea con fermezza: “Ma fu’ io solo”; si vanta di essere stato l’unico esponente ghibellino a schierarsi fortemente contro questa risoluzione che avrebbe distrutto la città. Ribadisce di averla “difesi a viso aperto”, il che significa che la sua difesa fu pubblica, esplicita e piena di coraggio.
Questi versi mettono in luce la grande nobiltà d’animo di Farinata e il suo profondo patriottismo, una qualità che Dante, pur essendo il suo avversario politico e trovandolo tra gli eretici dannati, rispetta e ammira profondamente.
Dante colloca questo personaggio tra gli eresiarchi del VI cerchio dell’inferno accusandolo di epicureismo.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata al centro del Ponte Vecchio, sotto la loggia.
Inferno – canto XIII – v 146
” . . . IN SVL PASSO D’ARNO.”
Per comprendere bene il significato, è essenziale considerare l’intera terzina.
qui il dannato quindi rivela di essere originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e per questo è vittima di continue guerre (solo la statua del dio pagano sull’Arno, di cui sopravvive un frammento, la preserva dalla totale distruzione).
Dice che Marte, per vendetta del cambio di patrono, renderà sempre infelice Firenze (“la farà trista”).
Subito dopo aggiunge che, se non fosse per il fatto che sul ponte dell’Arno rimane ancora un frammento della statua di Marte (si crede fosse un resto della statua romana collocata sul Ponte Vecchio), i fiorentini che ricostruirono la città l’avrebbero fatto inutilmente, perché l’ira del dio l’avrebbe già distrutta completamente.
In breve, il verso 146 significa che la sopravvivenza di Firenze è dovuta a quel “passo d’Arno” (il ponte) dove si trova l’unica traccia rimasta del vecchio protettore.
by Stefano Bruschi
Questa lapide si trova in Via De’ Cerretani sulla parete esterna della Chiesa di Santa Maria Maggiore, il luogo in cui è situata la tomba del maestro di Dante, Brunetto Latini
Inferno – canto XV – vv 82 – 84
” . . . IN LA MENTE M’E FITTA, E OR M’ACCORA
LA CARA E BVONA IMAGINE PATERNA
DI VOI, QVANDO NEL MONDO AD ORA AD ORA
M’INSEGNAVATE COME L’VOM S’ETERNA!”
“È impressa nella mia mente e ora mi rattrista profondamente la vostra immagine cara e benevola (che fu per me come quella di un padre), di quando, nel mondo dei vivi, passo dopo passo, mi insegnavate come l’uomo può raggiungere la gloria eterna [attraverso la fama e la virtù]!
Dante esprime qui la sua profonda gratitudine e affetto per Brunetto Latini (dannato tra i sodomiti), riconoscendolo come il suo principale educatore.
“la cara e buona imagine paterna di voi”: Sottolinea il rapporto affettuoso e formativo, quasi filiale.
“M’insegnavate come l’uom s’eterna”: Questa è la parte chiave. Brunetto aveva insegnato a Dante a raggiungere l’immortalità o la fama duratura attraverso l’uso sapiente dell’intelletto e della scrittura (la via alla gloria terrena). Nonostante Brunetto sia all’Inferno, Dante non rinnega l’importanza fondamentale del suo insegnamento nella sua vita.
Dante colloca il Latini nel terzo girone del VII cerchio dell’inferno tra i sodomiti.
La loro condanna consiste nel correre sotto una pioggia di fuoco senza fermarsi mai, in alternativa inchiodati al suolo per cent’anni senza potersi difendere dalle fiamme.
by Stefano Bruschi
Questa lapide che si trova in via de’ Tornabuoni vicino al civico 1r.
stemma: Famiglia Gianfigliazzi.
Inferno – Canto XVII – vv 58 – 60
” . . . COM’IO RIGVARDANDO TRA LOR VEGNO,
IN VNA BORSA GIALLA VIDI AZZVRRO,
CHE D’VN LEONE AVEVA FACCIA E CONTEGNO.”
E mentre io mi avvicinavo per osservarli, in una borsa di colore giallo ne vidi un’altra di colore azzurro (il simbolo), che aveva l’aspetto e la figura di un Leone.
In questi versi, Dante si trova nella settima bolgia (quella degli usurai) e osserva le anime che piangono con appese al collo delle borse che mostrano i loro stemmi familiari.
“Mentre io mi addentro osservandoli con attenzione, vidi su una borsa di colore giallo l’immagine di un leone azzurro, che aveva l’aspetto e l’atteggiamento di un leone [araldico].”
Dante non nomina l’usuraio in questione, ma lo identifica attraverso lo stemma dipinto sulla borsa.
“in una borsa gialla vidi azzurro”: La borsa (il mezzo attraverso cui il dannato espone la sua vergogna e ossessione) è gialla. Sulla borsa c’è un’insegna araldica di colore azzurro. “che d’un leone aveva faccia e contegno”: Lo stemma è un leone. Gli studiosi identificano quasi unanimemente questo stemma (leone azzurro in campo giallo) come quello della famiglia fiorentina dei Gianfigliazzi, noti usurai. Dante prosegue poi identificando altri usurai tramite i loro stemmi, mostrando come l’ossessione per il denaro abbia ridotto queste persone a semplici insegne del loro vizio.
Dante colloca un membro della casata Gianfigliazzi, in quanto si sono arricchiti grazie al denaro e non al duro lavoro, nel terzo girone del VII cerchio dell’inferno costretti a restare seduti nel sabbione arroventato dalla pioggia di fiammelle.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in Piazza San Giovanni, lato via Martelli ai piedi del Battistero
Inferno – canto XIX – v 17
“Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son , NEL MIO BEL SAN GIOVANNI,
fatti per loco d’i battezzator”
Non mi sembravano né meno ampi né maggiori di quelli che servono come fonti battesimali nel bel di San Giovanni;
L’episodio del canto XIX si svolge nella Terza Bolgia dell’Ottavo Cerchio, dove vengono puniti i simoniaci. Qui Dante incontra Papa Niccolò III, il quale gli profetizza la futura dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V. Il canto si conclude con una feroce invettiva di Dante contro la corruzione dilagante all’interno della Chiesa.
Dante utilizza l’espressione affettiva “il mio bel San Giovanni” per riferirsi al Battistero di Firenze, che è il simbolo più sacro e amato della sua città. Il poeta era stato battezzato lì e, secondo la tradizione, ogni cittadino fiorentino provava un profondo legame con questo luogo.
by Stefano Bruschi
Questa lapide é posizionata in via Dante Alighieri sopra al civico 2, nei pressi del museo Casa di Dante.
stemma Famiglia Alighieri,
Inferno – Canto XXIII – vv 94 – 95
“. . . IO FVI NATO E CRESCIVTO SOVRA IL BEL FIVME D’ARNO ALLA GRAN VILLA”
“Io sono nato e sono cresciuto lungo le rive del bellissimo fiume Arno, presso la grande città [di Firenze].
Questi due versi fanno parte della presentazione di Dante stesso, che sta rispondendo alla domanda di Catalano Malevolti e Loderingo degli Andalò due dannati già inviati come pacieri a Firenze .
Il poeta usa questa formula per identificarsi con orgoglio come cittadino di Firenze – la “gran villa” (la grande città) – che sorge sul “bel fiume d’Arno”. Questa breve ma potente dichiarazione evidenzia il profondo legame del poeta con la sua terra natale.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in Via dei Tavolini tra i civici 6 e 8.
stemma famiglia Abati
Inferno, Canto XXXII, vv. 79-81
“PIANGENDO MI SGRIDò: – PERCHE’ MI PESTE? SE TU NON VIENI A CRESCER LA VENDETTA DI MONTAPERTI, PERCHè MI MOLESTE?”
“Piangendo, mi rimproverò con durezza, dicendo: ‘Perché mi stai calpestando? Se non sei venuto qui ad aumentare il numero delle vittime per la vendetta di Montaperti, perché mi stai tormentando?'”
Camminando in direzione del centro del Cocito, Dante e Virgilio entrano nella zona chiamata Antenòra. Dante ha molto freddo e per sbaglio colpisce la testa di un dannato con il piede. Il dannato, Bocca degli Abati uno dei traditori della patria, piangendo rimprovera Dante di non calpestarlo. Bocca degli Abati chiede a Dante anche il perché lo calpesti se non è venuto a vendicare il tradimento della battaglia di Montaperti, per cui lo invita a lasciarlo stare.
Inferno, Canto XXXII, vv. 106-108
QUANDO VN ALTRO GRIDò:- CHE HAI TV BOCCA? NON TI BASTA SONAR CON LE MASCELLE, SE TV NON LATRI? QVAL DIAVOL TI TOCCA?
“Quando un altro dannato gridò: ‘Cosa hai, Bocca? Non ti è sufficiente far rumore battendo i denti (per il freddo), se in più devi anche abbaiare? Quale diavolo ti tormenta?'”
… interviene un altro dannato, che rimprovera Bocca chiedendogli perché stia strillando in quel modo. A questo punto, Dante venuto a conoscenza del nome del dannato (Bocca) gli promette di svelare al mondo intero la sua infamia.
Bocca degli Abati viene collocato nella seconda zona, Antenòra, del IX cerchio tra i traditori della patria, condannati a restare imprigionati nel lago ghiacciato di Cocito.
by Stefano Bruschi
Questa lapide che si trova in Via di San Salvatore al Monte, all’inizio della scalinata che porta al piazzale Michelangelo
Purgatorio – Canto XII – vv 100 – 105
” . . . PER SALIRE AL MONTE
DOVE SIEDE LA CHIESA CHE SOGGIOGA
LA BEN GUIDATA SOPRA RUBACONTE,
SI ROMPE NEL MONTAR L’ARDITA FOGA,
PER LE SCALEE, CHE SI FERO AD ETADE
CH’ERA SICURO IL QUADERNO E LA DOGA.”
” . . . Per salire al monte sul quale si erge la chiesa che domina la città (Firenze) un tempo ben governata, al di sopra di Rubaconte, l’impeto di chi vi sale è spezzato dalle scale, le quali furono costruite in un tempo in cui i registri e i confini erano rispettati (cioè in un periodo di onestà pubblica).”
Per descrivere quanto fosse difficile salire nel Purgatorio, Dante usa l’esempio delle scale che portano a San Miniato al Monte. Questa chiesa si affaccia ancora oggi su Firenze, proprio sopra il vecchio Ponte Rubaconte (ora Ponte alle Grazie). Dante usa questo ricordo per criticare: dice che le scale furono fatte da amministratori giusti, non come quelli della sua epoca che, nel 1299, imbrogliarono i cittadini modificando i documenti di legge (quaderno) e le misure usate per vendere il sale (doga)..
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in Piazza Piave sulla Torre della Zecca Vecchia, i cui versi sono dedicati al fiume Arno.
Purgatorio – Canto XIV – vv 16 – 18
” . . . PER MEZZA TOSCANA SI SPAZIA
VN FIVMICEL CHE NASCE IN FALTERONA
E CENTO MIGLIA DI CORSO NOL SAZIA.”
«Nella parte centrale della Toscana scorre un piccolo fiume che nasce dal Falterona, e il suo corso si estende per più di cento miglia.
In questi versi, Dante sta parlando con un dannato nel Purgatorio che vuole sapere chi è. Dante risponde dicendo di venire dalla zona bagnata dall’Arno, il fiume che comincia sul Monte Falterona e viaggia per più di cento miglia in tutta la Toscana.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via del Corso, sui resti della torre dei Donati
stemma famiglia Donati.
Purgatorio – Canto XXIV vv 79 – 84
“. . . . . . . . . . IL LOCO, V’FVI A VIVER POSTO,
DI GIORNO IN GIORNO PIV’ DI BEN SI SPOLPA,
ED A TRISTA RVINA PAR DISPOSTO.
. . . . . . . . . . QVEI CHE PIV’ N’HA COLPA
VEGG’IO A CODA D’VNA BESTIA TRATTO
INVER LA VALLE OVE MAI NON SI SCOLPA.
“… il luogo dove nacqui (Firenze) di giorno in giorno si spoglia del bene e sembra pronto per una triste rovina».”
” Non preoccuparti, perché vedo colui che ne ha più colpa (Corso Donati) trascinato per la coda da un cavallo, verso la valle (l’Inferno) dove nessuna colpa si può espiare.”
Nel Purgatorio, Dante incontra Forese Donati. La conversazione si apre con il Poeta che lamenta il decadimento morale della sua patria, Firenze. Immediatamente dopo, Forese pronuncia una profezia sulla violenta e tragica morte del fratello, Corso verrà trascinato all’Inferno legato alla coda di un cavallo, che lo sfigurerà orribilmente.
Dante colloca il Donati tra i golosi nella VI cornice del purgatorio condannati a soffrire la fame e nell’essere scavati da spaventosa magrezza.
by Stefano Bruschi
Questa lapide i cui versi sono dedicati alla musa del poeta Beatrice Portinari venne posizionata in via del Corso, dove sorgevano le case dei Portinari, alla destra dell’ingresso del Palazzo Portinari – Salvati.
Stemma Famiglia Portinari
Purgatorio – canto XXX – vv 31 -33
“SOVRA CANDIDO VEL CINTA D’OLIVA
DONNA M’APPARVE, SOTTO VERDE MANTO,
VESTITA DI COLOR FIAMMA VIVA.”
“Sopra un velo di colore bianco puro, cinta da rami di olivo, mi apparve una donna, vestita con un manto verde e abiti del colore della fiamma viva [rosso].”
Alla fine del viaggio nel Purgatorio, Dante ha la visione di Beatrice. La donna appare vestita con i colori delle virtù teologali (bianco, verde e rosso: Fede, Speranza e Carità) e porta una corona di ulivo, che simboleggia pace e sapienza.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via Dante Alighieri vicino al civico 1, sul lato sinistro della Badia Fiorentina.
Paradiso, Canto XV, vv. 97-99
” FIORENZA, DENTRO DALLA CERCHIA ANTICA,
OND’ELLA TOGLIE ANCORA E TERZA E NONA,
SI STAVA IN PACE SOBRIA E PVDICA.”
“Firenze, confinata all’interno delle mura più antiche (la prima cerchia muraria), dalla quale prende ancora (come riferimento per le sue funzioni civiche e religiose) l’ora di Terza e di Nona, viveva (all’epoca di Cacciaguida, nel XII secolo) in uno stato di pace, caratterizzata da sobrietà (ovvero frugalità e moderazione) e da pudore (ovvero moralità e modestia).”
Questi versi sono fondamentali perché rappresentano l’elogio nostalgico di Cacciaguida alla vecchia Firenze, in netto contrasto con la città corrotta e rissosa che Dante conosceva.
La Cerchia Antica: Si riferisce al primo, più ristretto circuito murario della città, risalente all’epoca romana o comunque al primo sviluppo urbano. Terza e Nona: Queste non sono solo ore del giorno, ma ore canoniche, ovvero momenti stabiliti per la preghiera. Terza è la terza ora dopo l’alba (circa le 9:00 del mattino). Nona è la nona ora dopo l’alba (circa le 3:00 del pomeriggio). Citare queste ore suggerisce che la vita cittadina si svolgeva ancora secondo i ritmi scanditi dalla Chiesa e dalla vita monastica, simbolo di un ordine morale e sociale rigoroso.
Pace, Sobria e Pudica: Questi tre aggettivi descrivono la Firenze antica come non solo pacifica (senza le violente lotte interne del tempo di Dante), ma anche parsimoniosa (sobria) e moralmente integra (pudica), lontana dal lusso sfrenato e dalla decadenza che, secondo il trisavolo, avevano portato alla rovina la città nel presente.
by Stefano Bruschi
lapide che è posizionata in Via del Corso vicino ai civici 1r e 3r
Paradiso, Canto XV, vv. 112-114
” BELLINCIONI BERTI VID’IO ANDAR CINTO
DI CVOIO E D’OSSO, E VENIR DALLO SPECCHIO
LA DONNA SVA SANZA IL VISO DIPINTO.”
“Io vidi (ai miei tempi) Bellincion Berti (un uomo di alto lignaggio) camminare con una cintura fatta semplicemente di cuoio e di osso, e vidi sua moglie allontanarsi dallo specchio senza essersi truccata il viso (o, senza essersi imbellettata).”
Questi tre versi offrono un vivido esempio concreto della sobrietà e del pudore di cui Cacciaguida aveva parlato in generale poco prima (vv. 97-99). Per rendere la sua descrizione più potente, egli cita due figure storiche fiorentine ben note al tempo di Dante:
Bellincion Berti: Era un nobile fiorentino di alto rango (padre della “buona Gualdrada”, figura di virtù), vissuto nel XII secolo. Cacciaguida lo usa come simbolo della nobiltà antica, che era modesta e non ostentava ricchezza.
“Cinto di cuoio e d’osso”: La sua cintura, parte dell’abbigliamento maschile, era semplice e frugale, fatta di materiali poveri e funzionali (cuoio) o di poco valore (osso). Questo è l’opposto dei ricchi cinturoni adorni d’oro e di gemme in voga al tempo di Dante.
La Donna Sua: La moglie di Bellincion Berti (o per estensione, la donna fiorentina dell’epoca).
“Sanza il viso dipinto”: Ella lasciava lo specchio senza essersi truccata (“dipinto” il viso). Questo dettaglio è la prova del pudore e della modestia femminile di un tempo. La donna di quell’epoca non sentiva il bisogno di alterare il suo aspetto con cosmetici, simbolo della vanità e della superficialità che Dante condannava nella Firenze contemporanea.
by Stefano Bruschi
Questa lapide è posizionata in via degli speziali tra i civici 11r e 3
Paradiso, Canto XVI, vv. 40-42
” GLI ANTICHI MIEI ED IO NACQVI NEL LOCO
DOVE SI TROVA PRIA L’VLTIMO SESTO
DA QVEL CHE CORRE IL VOSTRO ANNVAL GIVOCO”
“I miei antenati e io stesso siamo nati nel quartiere (o luogo) dove si incontra per la prima volta l’ultima sesta parte (del percorso di gara), venendo da quel punto dove si svolge la vostra annuale corsa (di cavalli o pali).”
In questi versi, Cacciaguida risponde alla richiesta di Dante di conoscere le sue origini geografiche all’interno di Firenze. La risposta è data con una complessa perifrasi, tipica di Dante, che utilizza un riferimento topografico noto ai fiorentini dell’epoca.
“L’ultimo sesto”: Al tempo di Dante, il territorio comunale di Firenze era diviso in sei distretti, chiamati sesti.
“Qvel che corre il vostro annual givoco”: Questo si riferisce al Palio di San Giovanni, una corsa di cavalli che si svolgeva ogni anno il 24 giugno (festa del patrono). La corsa partiva da fuori porta e terminava in città.
Il Punto di Riferimento: Cacciaguida indica che lui e la sua famiglia nacquero nel punto in cui il percorso del Palio, entrando in città, arrivava al limite del Sesto di Porta San Pietro, prima di entrare completamente nell’ultimo sesto della corsa.
Questo luogo è identificabile con l’area che oggi corrisponde alla zona tra Porta San Piero e l’antica Badia Fiorentina.
Significato: Invece di nominare direttamente il quartiere, Cacciaguida usa questo punto topografico preciso per definire l’antica appartenenza della sua famiglia. Dimostra che la sua stirpe era di antica e autoctona origine fiorentina, nata e vissuta all’interno del nucleo originario della città.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via del Corso tra i civici 4r e 6r,
Paradiso, Canto XVI, vv. 94-96
” . . . LA PORTA, CH’AL PRESENTE è CARCA
DI NOVA FELLONIA, DI TANTO PESO,
CHE TOSTO FIA IATTVRA DELLA BARCA.”
… il quartiere (Porta San Pietro), che al giorno d’oggi è appesantito e sommerso da nuove scelleratezze e tradimenti, è diventato di una tale gravità (morale e politica) che presto sarà la causa del naufragio (o della perdita) per la nave della città (Firenze).”
Questi versi sono tra i più oscuri e profetici del discorso di Cacciaguida, culminando il suo lamento sulla decadenza di Firenze con una netta profezia di rovina.
Cacciaguida, denuncia il degrado morale della sua Firenze. L’area di Porta San Piero viene evidenziata come il luogo in cui i nuovi arrivati contaminarono gli antichi valori. L’esempio più lampante di questa degenerazione fu la rivalità esplosiva tra i Cerchi, ricchi e appena insediati, e gli storici Donati. Questa contesa, nata dal confinamento di proprietà, non fu solo un litigio di vicinato, ma il catalizzatore che divise i Guelfi nelle fazioni dei Bianchi e dei Neri.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via dei Tavolini vicino al civico 1r
Paradiso – Canto XVI – vv 101 – 102
stemma: Famiglia Galigai
” . . . . . . . . . . ED AVEA GALIGAIO
DORATA IN CASA SVA GIà L’ELSA E’L POME.”
“…e la famiglia dei Galigaio aveva già l’elsa e il pomo (della spada) dorati nella propria casa.”
Dante e Cacciaguida stanno elencando le antiche e onorate famiglie fiorentine. I Galigai erano una famiglia di origine fiesolana, ricchi e potenti, che in seguito si divisero e contribuirono alle lotte cittadine. L’elsa e il pomo sono le parti dell’impugnatura della spada. Avere una spada con queste parti dorate (o adornate d’oro) era un segno di grande ricchezza e nobiltà e simboleggiava il loro status elevato di cavalieri e guerrieri.
In sintesi, Cacciaguida sta dicendo che al suo tempo la famiglia dei Galigai era già arrivata a un livello di ricchezza e prestigio tale da permettersi armi sontuose.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata all’interno del cortile di Palazzo Vecchio
stemma: Famiglia Degli Uberti
Paradiso – Canto XVI – vv 109 – 110
” OH QVALI VIDI QVEI CHE SON DISFATTI
PER LOR SVPERBIA !”
“Oh, quanto in alto vidi coloro che ora sono in rovina a causa della loro superbia!
- “OH QVALI VIDI”: L’esclamazione enfatizza la sorpresa e l’importanza della visione passata. Il termine “quali” in questo contesto si usa per indicare “quanto grandi” o “quanto potenti” erano un tempo.
- “QVEI CHE SON DISFATTI”: Si riferisce a quelle famiglie fiorentine che Cacciaguida aveva visto al culmine della loro potenza e ricchezza, ma che, al tempo in cui parla (e al tempo di Dante), sono ormai decadute, rovinate e disperse, perdendo la loro influenza.
- “PER LOR SVPERBIA”: È la causa diretta della loro rovina. La superbia (l’eccessiva presunzione e l’arroganza) è il vizio che, secondo Cacciaguida, ha portato alla corruzione morale e quindi alla distruzione materiale e politica di queste antiche casate di Firenze.
In sintesi, Cacciaguida lamenta e sottolinea che molte illustri famiglie del passato di Firenze sono state punite e distrutte dalla loro stessa arroganza e ambizione smodata.
Le famiglia in questione è quella degli Uberti: la loro superbia li portò alla rovina e all’esilio dalla città dopo essersi ribellati agli Ordinamenti Comunali. Le case-torri degli Uberti sorgevano un tempo, maestose, proprio dove oggi si trova Palazzo Vecchio.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via Lamberti vicino ai civici 18r e 20r,
Paradiso – Canto XVI – vv 110 – 111
stemma Famiglia Lamberti
” . . . . . . . . . . E LE PALLE D’ORO
FIORIAN FIORENZA IN TVTT’I SVOI GRAN FATTI”
“…e i globi d’oro (dello stemma dei Lamberti) onoravano/splendevano per Firenze in tutte le sue grandi imprese.”
Le “palle d’oro” si riferiscono al celebre stemma araldico della famiglia dei Lamberti. Il loro stemma era caratterizzato da un campo d’oro con dei tondi rossi (o “palle”).
“FIORIAN FIORENZA”: è un verbo figurato che significa “onoravano”, “splendevano”, “erano un ornamento per Firenze”. La famiglia Lamberti, con la sua ricchezza e potenza, dava lustro alla città nelle sue grandi azioni, imprese e momenti di gloria,
In sintesi, Cacciaguida sta dicendo che, al suo tempo, lo stemma (e quindi la potenza e il prestigio) della famiglia Lamberti adornava e glorificava Firenze in tutte le sue più importanti imprese. Anche questa famiglia, però, cadde in rovina a causa della sua superbia.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via delle Oche su ciò che resta della torre dei Visdomini
stemma Famiglia Visdomini
Paradiso – Canto XVI – vv 112 – 114
“COSì FACEAN LI PADRI DI COLORO
CHE, SEMPRE CHE LA VOSTRA CHIESA VACA,
SI FANNO GRASSI, STANDO A CONSISTORO.”
“Allo stesso modo (con onore) agivano i padri di coloro che oggi (i loro discendenti), ogni volta che la vostra diocesi (di Firenze) è senza vescovo (vaca), si arricchiscono disonestamente partecipando al consiglio ecclesiastico (il consistoro).”
I padri di questa famiglia agivano in modo onorevole e leale, proprio come altre famiglie virtuose (Galigai e Lamberti).
La “chiesa” in questo caso è la diocesi fiorentina. Quando il vescovo muore o viene trasferito, la sede episcopale è “vacante”.
“Farsi grassi” è un modo per dire “arricchirsi” o “appropriarsi di beni”. Il “Consistoro” era il consiglio che, in assenza del vescovo, gestiva temporaneamente i beni della Curia. Dante accusa la famiglia Visdomini (insiame ad altre) di sfruttare cinicamente questa situazione di interregno per saccheggiare o amministrare in modo fraudolento il patrimonio della Chiesa.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via delle Oche tra i civici 35R e 37R
Stemma Famiglia Adimari
Paradiso – Canto XVI – vv 115 – 117
“L’OLTRACOTATA SCHIATTA CHE S’INDRACA
DIETRO A CHI FVGGE, ED A CHI MOSTRA IL DENTE
O VER LA BORSA, COM’AGNEL, SI PLACA.”
“La stirpe arrogante (gli Adimari) che si infuria e diventa feroce come un drago inseguendo coloro che fuggono, ma si acquieta come un agnello di fronte a chi mostra i denti (la forza) o, in alternativa, mostra la borsa (il denaro).”
Si riferisce quasi certamente alla famiglia degli Adimari, noti per la loro superbia e per essere stati tra i nemici politici di Dante che contribuirono al suo esilio. “Oltra cotata” significa appunto “troppo presuntuosa” o “arrogante”.
La stirpe diventa un “drago” (simbolo di ferocia e crudeltà) solo quando insegue chi scappa, cioè chi è più debole o non si può difendere. È un ritratto di viltà mascherata da aggressività.
La critica finale è durissima e rivela la loro natura opportunista: Si calmano subito come un “agnello” (simbolo di docilità) quando incontrano un avversario che mostra la forza o un atteggiamento minaccioso (“mostra il dente”). Oppure si lasciano corrompere e placare con il denaro (“mostra la borsa”).
La famiglia Adimari viene accusata di essere arrogante con i deboli e sottomessa e venale con i forti o con chi può corromperli.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in Borgo de’ Greci vicino al civico 29
Paradiso – Canto XVI – vv 124 – 126
“NEL PICCOL CERCHIO S’ENTRAVA PER PORTA
CHE SI NOMAVA DA QVE’ DELLA PERA.”
“Si accedeva al più piccolo circuito murario (la cinta più antica di Firenze) attraverso una porta che prendeva il nome da quelli (la famiglia) dei Della Pera.”
“NEL PICCOL CERCHIO”: Indica la prima e più antica cerchia di mura di Firenze, che racchiudeva il nucleo della città in epoca romana e alto-medievale. Cacciaguida la usa come simbolo della Firenze semplice, contenuta e virtuosa.
“S’ENTRAVA PER PORTA / CHE SI NOMAVA DA QVE’ DELLA PERA”: La porta in questione prendeva il nome dalla nobile famiglia Peruzzi il cui stemma vi eranono raffigurate delle pere, situata nel quadrante sud-occidentale della prima cerchia. Il fatto che una porta cittadina portasse il nome di una famiglia ne era un’indicazione di grande prestigio.
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via de’ Cerchi all’angolo con via de’ Tavolini
Stemma Famiglia Della Bella
Paradiso – Canto XVI – vv 127 – 132
“CIASCVN CHE DELLA BELLA INSEGNA PORTA
DEL GRAN BARONE . . .
DA ESSO EBBE MILIZIA E PRIVILEGIO;
AVVEGNA CHE COL POPOL SI RAVNI
OGGI COLVI CHE LA FASCIA COL FREGIO.”
“Ogni famiglia che porta sul proprio stemma il bel simbolo del grande Barone (Ugo di Toscana), il cui onore e valore sono ricordati e celebrati nel giorno della festa di San Tommaso (il 21 dicembre), ricevette da lui l’investitura a cavaliere e grandi privilegi. Nonostante ciò, oggi, colui che porta quello stemma con un fregio (Giano della Bella) si allea con la fazione popolare.”
by Stefano Bruschi
Lapide posizionata in via del Proconsolo, sulla facciata della chiesa di Santa Maria Assunta
Stemma Ugo di Toscana
Paradiso – Canto XVI – vv 127 – 130
“CIASCVN CHE DELLA BELLA INSEGNA PORTA
DEL GRAN BARONE, IL CVI NOME E IL CVI PREGIO
LA FESTA DI TOMMASO RICONFORTA,
DA ESSO EBBE MILIZIA E PRIVILEGIO.”
Si riferisce al marchese Ugo di Toscana (morto il 21 Dicembre 1001), un potente feudatario imperiale che fu considerato il fondatore della nobiltà fiorentina. Ugo di Toscana morì il giorno di San Tommaso Apostolo, e in quel giorno si celebrava il suo ricordo, a testimonianza della sua grande fama e pietà. Le famiglie che si richiamavano a Ugo ricevettero da lui importanti privilegi.
by Stefano Bruschi
Questa lapide è posizionata in Via Por Santa Maria vicino al civico 11r
stemma: Famiglia Amidei
paradiso – Canto XVI – vv 136 -139
“LA CASA DI CHE NACQVE IL VOSTRO FLETO,
PER LO GIVSTO DISDEGNO CHE V’HA MORTI,
E PVOSE FINE AL VOSTRO VIVER LIETO,
ERA ONORATA ESSA E I SVOI CONSORTI.”
“La casata (gli Amidei e i loro alleati) da cui ebbe origine il vostro pianto (il lutto e le divisioni di Firenze), a causa del giusto sdegno che ha causato la vostra rovina (con le lotte civili), e che pose fine alla vostra serena esistenza, era allora onorata, sia essa che le famiglie a essa collegate.”
Si riferisce alla casa degli Amidei (e in senso lato, a tutti i loro alleati consortili). “IL VOSTRO FLETO”: Significa “il vostro pianto”, “il vostro lutto” o, più ampiamente, le guerre civili che hanno dilaniato Firenze (la divisione tra Guelfi e Ghibellini). Dante attribuisce la prima scintilla di queste lotte all’episodio di Buondelmonte. Il “giusto sdegno” è quello provato dagli Amidei, i quali si vendicarono del torto subito. Il torto fu l’offesa arrecata da Buondelmonte de’ Buondelmonti, che aveva promesso di sposare una donna degli Amidei ma poi sposò una Donati, disonorando la promessa sposa. Gli Amidei si vendicarono uccidendo Buondelmonte, e da questo omicidio nacque la divisione cittadina tra Guelfi e Ghibellini. Prima di questo episodio, la famiglia degli Amidei e i loro alleati erano stimati e rispettati a Firenze.
Qui si conclude la sua rassegna di famiglie illustri ma decadute, individuando nella vendetta degli Amidei il punto di svolta fatale che pose fine alla “vita lieta” e pacifica dell’antica Firenze, introducendo le faide che rovinarono la città.
by Stefano Bruschi
Questa lapide è collocata in Borgo Santi Apostoli davanti al civico 6
stemma famiglia Buondelmonte
Paradiso – Canto XVI – vv 140 – 144
“O BVONDELMONTE . . . . . . . . . .
MOLTI SAREBBER LIETI CHE SON TRISTI,
SE DIO T’AVESSE CONCEDVTO AD EMA
LA PRIMA VOLTA CH’A CITTà VENISTI!”
“Oh , Buondelmonte… molte persone che ora sono tristi (a causa delle divisioni e dei lutti) sarebbero invece felici, se Dio ti avesse concesso (la morte) al fiume Ema la prima volta che venisti in città!”
L’invettiva diretta sottolinea l’importanza storica del personaggio. Buondelmonte era un nobile guelfo il cui mancato matrimonio con una donna degli Amidei portò al suo omicidio da parte della fazione avversaria, innescando le guerre civili. La sorte di innumerevoli Fiorentini sarebbe stata migliore se Buondelmonte non avesse mai messo piede in città (fosse annegato nel torrente Ema) e, di conseguenza, non fosse mai stato ucciso, evitando così il fatale innesco della faida.
by Stefano Bruschi
Questa lapide è collocata sul Ponte Vecchio all’angolo con piazza del Pesce.
Paradiso – Canto XVI – vv 145 – 147
” . . . CONVENIASI A QVELLA PIETRA SCEMA
CHE GVARDA IL PONTE, CHE FIORENZA FESSE
VITTIMA NELLA SVA PACE POSTREMA.”
“…era destino che proprio in quel luogo (presso) il piedistallo della statua spezzata, che sovrasta il Ponte (Vecchio), Firenze facesse di lui una vittima, ponendo fine alla sua ultima pace.”
era un segno del destino (o forse una maledizione del dio Marte stesso) che l’omicidio di Buondelmonte avvenisse proprio ai piedi del basamento spezzato (la pietra scema) della statua del Dio pagano Marte, perché l’omicidio stesso era l’atto sacrificale che avrebbe irrevocabilmente condannato Firenze a decenni di lotta e sangue, segnando la fine della serenità cittadina.
by Stefano Bruschi
Questa lapide è posizionata nel cortile di Palazzo Vecchio
Paradiso – Canto XVI – vv 149 – 154
“VID’IO FIORENZA IN Sì FATTO RIPOSO.
CHE NON AVEA CAGION ONDE PIANGESSE;
CON QVESTE GENTI VID’IO GLORIOSO
E GVSTO IL POPOL SVO TANTO, CHE IL GIGLIO
NON ERA AD ASTA MAI POSTO A RITROSO,
Nè PER DIVISION FATTO VERMIGLIO:”
“Io vidi Firenze in una condizione di tale serenità che non aveva motivo di lamentarsi o piangere. Vidi il suo popolo onorevole e stimato, tanto che il Giglio (simbolo della città) non era mai stato esposto a rovescio sull’asta (in segno di sconfitta o infamia), né era mai stato fatto rosso (cambiato di colore) a causa delle divisioni interne.”
descrizione di una Firenze in un’epoca di perfetta pace e tranquillità (“riposo”), che non conosceva i lutti e le discordie che la avrebbero afflitta in seguito. Il popolo era onorato e stimato grazie al valore delle antiche e virtuose famiglie citate in precedenza. Firenze era così forte e rispettata da non aver mai subito tale umiliazione .Lo stemma più antico di Firenze era un Giglio bianco in campo rosso. A causa delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, i Guelfi (vincitori nel 1251) vollero distinguersi e rovesciarono i colori, adottando il Giglio rosso in campo bianco. Si chiude il canto con una potente immagine di una Firenze perduta.
by Stefano Bruschi
Lapide posta ai piedi del Battistero, lato Duomo
Paradiso – Canto XXV vv 1 – 9
” SE MAI CONTINGA CHE ‘L POEMA SACRO
AL QVALE HA POSTO MANO E CIELO E TERRA
SI CHE M’HA FATTO PER PIV ANNI MACRO,
VINCA LA CRVDELTA CHE FVOR MI SERRA
DEL BELLO OVILE, OV’IO DORMì AGNELLO
NIMICO AI LVPI, CHE LI DANNO GVERRA,
CON ALTRA VOCE OMAI, CON ALTRO VELLO
RITORNERO POETA, ED IN SVL FONTE
DEL MIO BATTESIMO PRENDERO ‘L CAPELLO”
“Se mai dovesse accadere che il sacro poema, al quale hanno collaborato sia il Cielo ( l’esperienza divina) che la Terra (l’esperienza umana), e che mi ha reso emaciato per molti anni (per la fatica che mi è costata), riesca a sconfiggere la crudeltà [dei miei nemici] che mi tiene escluso dal bell’ovile (Firenze), dove da giovane (‘agnello’) ho dormito, nemico ai lupi che le fanno guerra, allora io tornerò come poeta, con una nuova fama (‘altra voce’) e onore (‘altro vello’), e riceverò l’alloro poetico sulla fonte del mio Battesimo [il Battistero di San Giovanni].”
Dante definisce la Commedia “sacra” non solo per il tema ma perché è un’opera di vasta portata. L’espressione “Cielo e Terra” ne indica l’importanza e l’ispirazione universale. “Fatto… macro” (reso magro) è una captatio benevolentiae che evidenzia l’enorme sforzo fisico e morale che la composizione gli è costata durante gli anni dell’esilio. La “crudeltà” si riferisce ai suoi nemici politici (i Guelfi Neri) che lo condannarono all’esilio. Il “bello ovile” (il bell’ovile del pastore) è una metafora affettuosa e biblica per la sua città natale, Firenze, vista come un luogo protetto. Dante immagina di tornare non più come il giovane guelfo esiliato, ma come un poeta di fama mondiale. Il culmine della sua speranza. La “fonte del Battesimo” è il Battistero di San Giovanni. Il “capello” è la corona d’alloro, simbolo del poeta laureato. Dante desidera ricevere il sommo onore poetico non in una corte straniera, ma nel luogo più sacro e significativo della sua città.
In sintesi, i versi esprimono la più profonda speranza di Dante: che il valore universale della sua opera possa essere riconosciuto, costringendo i suoi nemici a richiamarlo dall’esilio e a incoronarlo poeta nella sua amata Firenze, come meritato onore per la sua vita e la sua fatica.
by Stefano Bruschi
Questa lapide è posizionata in piazza Duomo, all’angolo con via del Campanile
Paradiso – Canto XXXIII – vv 1 – 9
“VERGINE MADRE FIGLIA DEL TUO FIGLIO
UMILE ED ALTA PIù CHE CREATURA
TERMINE FISSO D’ETERNO CONSIGLIO
TU SE’ COLEI CHE L’UMANA NATURA
NOBILITASTI SI, CHE IL SUO FATTORE
NON DISDEGNò DI FARSI SUA FATTURA.
NEL VENTRE TUO SI RACESSE L’AMORE
PER LO CUI CALDO NELL’ETERNA PACE
COSì è GERMINATO QUESTO FIORE
ANNO MARIANO MCMLIV
San Bernardo rivolge una preghiera alla Vergine, lodandola come la creatura più alta e più umile. Maria ha elevato la natura umana al punto che Dio ha voluto incarnarsi in essa. Il suo grembo ha riattivato l’amore fra Dio e gli uomini, facendo sbocciare la rosa celeste dei beati; per questi ultimi è costante luce di carità, e per i mortali è fonte inesauribile di speranza.