Firenze Capitale

Firenze Capitale

Dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871, Firenze svestì i panni di culla dell’arte per diventare Capitale del Regno d’Italia. 

 
Dopo l’Unità d’Italia (1861), Torino si era rivelata troppo decentrata e militarmente vulnerabile. L’obiettivo finale era Roma, ma lo Stato Pontificio era ancora protetto dai francesi. Così, con la Convenzione di settembre,  si decise di trasferire temporaneamente la capitale nella più centrale e protetta città toscana.
 
​L’arrivo improvviso di circa 30.000 persone, tra funzionari statali, ministri e il re Vittorio Emanuele II, colse di sorpresa la città, che era ancora un centro medievale racchiuso nelle sue antiche mura. Per adeguarla al ruolo di moderna capitale europea, fu incaricato l’architetto Giuseppe Poggi, che avviò il mastodontico piano del “Risanamento”:
 
​I Viali: Furono demolite le mura medievali a nord dell’Arno per fare spazio ai grandi Viali di Circonvallazione.
 
​Piazzale Michelangelo: Fu creata la celebre terrazza panoramica insieme al Viale dei Colli.
 
​Piazza della Repubblica: L’antico ghetto e il vecchio mercato furono rasi al suolo per fare posto a una piazza monumentale in stile sabaudo.
 
​Quando il 3 febbraio 1871 Roma fu proclamata nuova capitale, Firenze si ritrovò improvvisamente “abbandonata”, con un debito pubblico colossale e moltissimi palazzi nuovi vuoti. L’eleganza ottocentesca che oggi circonda il centro storico è il regalo rimasto di quel cruciale periodo.
La Rota degli Innocenti

La Rota degli Innocenti

Un capitolo fondamentale della storia sociale e assistenziale di Firenze è rappresentato dalla Ruota degli Innocenti, o Ròta degli Esposti, la cui installazione segnò una svolta nell’accoglienza dell’infanzia abbandonata. Fu collocata il 5 febbraio 1445 sotto il porticato del celebre Spedale degli Innocenti in Piazza Santissima Annunziata.

La Ruota era, in sostanza, un cilindro girevole in legno ingegnosamente progettato, dotato di due aperture: una rivolta verso l’esterno, dove si depositava il neonato, e l’altra verso l’interno, dove veniva ritirato. Questo meccanismo garantiva che il gesto dell’abbandono potesse avvenire in modo anonimo e discreto, un elemento cruciale per tutelare la dignità delle madri, spesso nubili o troppo povere, costrette a lasciare i loro figli. Vicino alla ruota erano presenti due elementi aggiuntivi: una piccola campanella, il cui suono avvertiva il personale della presenza di un neonato, e una feritoia nel muro, che permetteva di lasciare con il bambino lettere, offerte in denaro o oggetti personali, spesso destinati a un futuro riconoscimento.

I bambini erano immediatamente presi in carico all’interno dello Spedale degli Innocenti, che detiene il primato storico di essere stato il primo brefotrofio d’Europa. L’istituzione fu resa possibile dalla generosa donazione del mercante pratese Francesco Datini, dimostrando come la carità privata fosse il motore del benessere pubblico. Una volta accolti, i piccoli venivano affidati a una balia per l’allattamento e le prime cure, e in una fase successiva, venivano dati in affido a famiglie esterne, estendendo così l’azione di cura oltre le mura dello Spedale.

La Ruota fu testimone di una tragedia sociale di proporzioni enormi: l’altissimo numero di bambini abbandonati. Le cifre erano impressionanti, raggiungendo veri e propri record di accoglienza, come nell’anno 1871 in cui si registrarono ben 2530 abbandoni, una media sconvolgente di più di sei bambini al giorno. Ai fanciulli accolti venivano assegnati cognomi convenzionali, volti a cancellare il loro passato: i più diffusi erano proprio Innocenti o Degl’Innocenti.

L’epoca della Ruota si concluse definitivamente il 30 giugno del 1875, a seguito dell’evoluzione delle leggi e delle politiche di assistenza. A sigillare questa storia, gli ultimi due bambini ad essere accolti il giorno della chiusura ricevettero nomi carichi di significato storico: Laudata Chiusuri e Ultimo Lasciati.

Falò delle vanità

Falò delle vanità

ll 7 febbraio 1497, durante il martedì grasso, a Firenze si consumò il celebre Falò delle vanità. Il frate domenicano Girolamo Savonarola, insieme ai suoi seguaci detti “Piagnoni”, organizzò un immenso rogo pubblico in Piazza della Signoria per distruggere tutto ciò che considerava peccaminoso.

 
I Piagnoni perquisirono l’intera città alla ricerca di oggetti legati al lusso e alla mondanità. Tra le fiamme finirono specchi, cosmetici, vestiti sfarzosi, strumenti musicali e libri giudicati immorali. Vennero bruciati anche quadri e manoscritti di inestimabile valore; persino il noto pittore Sandro Botticelli fu costretto a gettare nel fuoco alcune delle sue stesse opere.
 
Questo evento rappresentò il culmine del regime religioso e intransigente imposto da Savonarola dopo la cacciata della famiglia Medici e la nascita della Repubblica fiorentina. Il frate combatteva duramente il materialismo e i costumi corrotti del clero.
 
 Tuttavia, la sua rigida opposizione alla Chiesa ne decretò la fine: l’anno successivo, il 23 maggio 1498, Savonarola fu scomunicato da Papa Alessandro VI, condannato a morte e impiccato e bruciato sul rogo nella stessa piazza.
La partita dell’assedio

La partita dell’assedio

L’identità di Firenze risplende nel ricordo del 17 febbraio 1530, quando il capoluogo toscano scelse l’ironia come arma contro l’oppressore, organizzando la partita di calcio storico che sarà poi ricordata per sempre come la partita dell’assedio.

Il conflitto vedeva la giovane Repubblica opporsi al ritorno della dinastia medicea. Le milizie imperiali assediavano le mura, ma Firenze non si piegò. La città decise, in scherno ai nemici, di mantenere viva la tradizionale partita di Calcio Storico, che allora si giocava per il Carnevale, persino Michelangelo contribuì alla causa progettando avanguardistiche strutture difensive.

La partita fu disputata in Piazza Santa Croce, sotto gli occhi attoniti del nemico. Mentre le artiglierie tuonavano, musici sul tetto della basilica coprivano il frastuono con note vibranti. I calcianti, divisi tra Bianchi (di stupore) e Verdi (di bile), trasformarono l’arena in un palcoscenico di fierezza: non contava il punteggio, ma dimostrare che lo spirito fiorentino superava la potenza dei cannoni. Sebbene la città dovette infine soccombere nell’agosto dello stesso anno, quella partita rimase l’emblema eterno di una libertà che non accetta sottomissione.

La rievocazione dell’evento è preceduta dall’esibizione dei Bandierai degli Uffizi e dalla sfilata del Corteo Storico Fiorentino.