by Stefano Bruschi
Nel linguaggio popolare di Firenze, esiste una distinzione linguistica che è sintomo di una lunga tradizione storica: i fiorentini, nella loro parlata più autentica, non prendono semplicemente l’autobus, ma pigliano i’ tranvai o l’ataffe. Questi termini sono sopravvissuti all’evoluzione dei mezzi e si riferiscono, il primo al tram (oggi tornato in auge in una veste moderna), e il secondo all’azienda che ha gestito storicamente il servizio pubblico locale.
A.T.A.F. (Azienda Trasporti Area Fiorentina), la società che per decenni ha gestito i servizi di linea urbana, venne fondata ufficialmente il 25 ottobre del 1945, nel difficile periodo post-bellico, raccogliendo l’eredità di un sistema di trasporto pubblico che affondava le sue radici nel secolo precedente.
Prima della nascita dell’ATAF e dei moderni autobus, la gestione del trasporto pubblico cittadino era stata caratterizzata dal susseguirsi di varie società, testimoniando un costante adattamento alle esigenze di mobilità della crescente popolazione. La vera pioniera fu una compagnia estera, la Societé Générale des Tramways, di origine belga, che verso la fine dell’Ottocento diede il via al primo servizio pubblico nell’area fiorentina.
Questo servizio iniziale non era motorizzato, ma si basava su carrozze ippotrainate – i primi veri “tram” trainati da cavalli. L’introduzione di questa rete di tram a cavalli rappresentò una vera rivoluzione per la vita urbana, permettendo spostamenti più rapidi ed efficienti rispetto al semplice camminare.
by Stefano Bruschi
L’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella è universalmente riconosciuta come la farmacia storica più antica non solo d’Italia, ma di tutta Europa, vantando un patrimonio di storia, arte e tradizione erboristica senza eguali. La sua origine risale ben prima della sua apertura ufficiale al pubblico.
Già nel lontano 1381, i Frati Domenicani del convento adiacente alla Basilica di Santa Maria Novella avevano avviato un’attività fondamentale: la coltivazione di piante medicamentose nel loro “Giardino dei Semplici”. Il loro scopo iniziale era la preparazione di medicamenti e pomate per la cura dei frati stessi. Tra i primi prodotti di successo, spicca l’Acqua di Rose, la cui vendita era diffusa per le sue riconosciute proprietà disinfettanti e curative, particolarmente utili in tempi di epidemie.
La fama dei Domenicani per la distillazione e la preparazione di essenze e balsami crebbe esponenzialmente, tanto da attirare l’attenzione della più alta nobiltà. Un episodio cruciale è legato a Caterina de’ Medici: nel 1533, in vista delle sue nozze con Enrico di Valois, che l’avrebbero portata sul trono come regina di Francia, la futura sovrana commissionò ai frati la creazione di un’essenza esclusiva e particolare. Il risultato fu un profumo che si rivelò sorprendente e talmente apprezzato da passare alla storia. Da quel momento, e ancora oggi, l’Officina onora quel capolavoro olfattivo con il nome evocativo di “Acqua della Regina”.
L’attività, da interna al convento, si aprì ufficialmente al mondo esterno il 15 ottobre 1612, assumendo il titolo di Fonderia di Sua Altezza Reale e segnando la data di fondazione pubblica della farmacia. Dopo oltre quattrocento anni, in questa storica officina, situata in Via della Scala 16, si continua tutt’oggi a creare e vendere profumi, cosmetici e preparati erboristici di altissima qualità, apprezzati da clienti e intenditori in ogni parte del mondo. Data l’importanza storica e la bellezza degli ambienti, è possibile prenotare visite guidate su appuntamento, per un viaggio indimenticabile tra arte, scienza e profumi.
by Stefano Bruschi
L’espressione “COME SE FOSSE ANTANI, con lo scappellamento a destra!” è molto più di una semplice citazione cinematografica; essa è diventata l’emblema della supercazzola, un neologismo che definisce l’arte di improvvisare discorsi astrusi, privi di senso logico ma pronunciati con autorità e velocità, con l’intento di confondere l’interlocutore. Come recita la famosa battuta del film: “Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione!”
Questa filosofia è l’anima di AMICI MIEI, il capolavoro della commedia all’italiana, girato in gran parte nella vibrante cornice di Firenze. Il film fu inizialmente concepito e scritto da Pietro Germi che, purtroppo, morì nel 1974 senza riuscire a realizzarlo. La direzione passò quindi a Mario Monicelli, che portò l’opera nelle sale il 24 ottobre 1975.
La pellicola non è frutto di pura invenzione, ma fu ispirata da “zingarate” realmente combinate da un gruppo di cinque amici a Castiglioncello (Livorno) negli anni Trenta. Il sodalizio includeva figure eccentriche e colte: l’architetto Ernesto Nelli; il giornalista Silvano Nelli; Cesarino Ricci, stretto collaboratore di Silvano; e due personaggi le cui vite ispirarono direttamente i protagonisti del film.
Uno era Mazzingo Donati, medico immunologo fiorentino noto per la sua goliardia e per aver effettuato il primo trapianto di midollo osseo al mondo; egli ispirò il cinico e ironico Dottor Sassaroli. L’altro era Giorgio Menicanti, giovane nobile del luogo che, sperperando un immenso patrimonio in gioventù, compì più volte il giro del mondo. Rientrato in miseria, ma con la bizzarra compagnia di un orso al guinzaglio, fu il modello per il decaduto e sognatore Conte Mascetti.
Il film ha donato alla lingua italiana la parola “supercazzola” (ovviamente con lo scappellamento a destra!), cementando un’eredità di ironia surreale e dissacrante, come se fosse antani!
by Stefano Bruschi
Il 29 ottobre 1938 vide la luce a Firenze, Riccardo Marasco, una figura iconica nel panorama culturale fiorentino. Non era solo un cantautore, ma un vero e proprio menestrello vernacolare, una voce autentica e inconfondibile che ha saputo incarnare l’anima popolare della sua terra. La sua arte, infatti, trascendeva la semplice composizione musicale, erigendosi a vero e proprio strumento per tramandare la ricchezza linguistica e lo spirito caustico della tradizione locale.
Marasco si è distinto in modo particolare per le sue canzoni ironiche e talvolta sboccate, un tratto stilistico che gli ha conferito notorietà e un posto unico nel cuore dei fiorentini. Attraverso questo linguaggio schietto e irriverente, intriso di una comicità pungente e disarmante, egli ha saputo esprimere un amore incondizionato e profondo per Firenze. Le sue liriche non erano mai fini a sé stesse; al contrario, erano un veicolo per narrare la quotidianità, le passioni, le idiosincrasie e, in ultima analisi, l’identità più vera e meno patinata della città del giglio.
Il valore del suo contributo alla cultura cittadina è stato ampiamente riconosciuto. Gli è stato conferito il prestigioso “Perseo d’oro”, per aver saputo infondere nuova linfa vitale e valorizzare la cultura e lo spirito fiorentino nella sua essenza più genuina. A questo si aggiunge l’importante Premio Valentino Giannotti, che sottolinea la sua opera nel divulgare e far riscoprire le “parole cantate” come espressione viva e dinamica dell’identità di un intero popolo. Con la sua chitarra e la sua verve, Marasco ha reso il dialetto e le tradizioni popolari accessibili a nuove generazioni, impedendo che andassero perduti.
Il suo repertorio annovera brani che sono entrati a far parte della memoria collettiva popolare. Tra le composizioni più celebri e amate dal pubblico si ricordano titoli iconici e rappresentativi come “L’alluvione”, che fa riferimento a un evento storico cruciale per la città, e le spensierate e vivaci “La lallera”, “La Teresina” e “La Wanda…”.