Le origini

Le origini

Perchè Firenze si chiama cosi?

Il tessuto Urbano e Storico di Firenze (anticamente Florentia) ebbe origine come città romana situata nella valle dell’Arno. I primi insediamenti risalgono all’età del Rame. Perchè Firenze si chiama cosi?

In un periodo successivo, furono gli Etruschi a stabilirsi con maggiore stabilità sui rilievi circostanti, edificando il prospero insediamento di Vipsul o Visul, che in epoca romana sarebbe poi stato ribattezzato Faesulae (l’odierna Fiesole).  le origini di Firenze

Per mantenere il controllo su uno snodo cruciale che connetteva l’Etruria interna a Fiesole, furono gli stessi Etruschi a creare un punto di attraversamento sull’Arno. Scelsero il tratto in cui il fiume era più stretto, vicino al sito dell’attuale Ponte Vecchio. le origini di Firenze

Nel 59 a.C., quando Gaio Giulio Cesare assunse la carica di console a Roma,  istituì una colonia per i suoi veterani di guerra, a cui diede il nome di Florentia, che significa “che fiorisce” o “Fiorente”, un nome tipico augurale latino dato dai Romani per augurare prosperità alla città. Perchè Firenze si chiama cosi?

                                                              le origini di Firenze

 

La fondazione di Florentia seguì i principi costruttivi del Castrum, un accampamento fortificato. Questa struttura era quadrangolare e perimetrata da mura. Disponeva di quattro aperture (una su ogni lato) messe in comunicazione da due arterie principali che si intersecavano ad angolo retto: il Cardo maximum e il Decumano maximum, oggi riconoscibili in Via del Corso e Via Roma. Il punto in cui queste vie si incontravano definiva il cuore urbano della città, noto come Foro. Oggi, in Piazza della Repubblica, che corrisponde all’antico Foro, si può ammirare la statua dell’Abbondanza posizionata nel centro esatto della città. Perchè Firenze si chiama cosi?

Un Fiorino

Un Fiorino

All’epoca, Firenze rappresentava la principale potenza finanziaria e commerciale. qual’è la moneta storica di Firenze?

Una prova di questa supremazia è data dal fatto che fu la prima città a coniare autonomamente una propria moneta, ciò avvenne nel 1252. La valuta, chiamata Fiorino in riferimento al fiore di giglio raffigurato sul dritto, era realizzata in oro a 24 carati e pesava 3,537 grammi. qual’è la moneta storica di Firenze?

Grazie alle sue caratteristiche, durante il Duecento, divenne la moneta di scambio preferenziale e più diffusa in tutto il continente europeo. Successivamente, nel 1296, la città introdusse anche il Popolino, un grosso fiorino d’argento il cui valore corrispondeva a 1/10 del Fiorino d’oro, o a due soldi.

 

 

I’ Marzocco

I’ Marzocco

Il Marzocco non è semplicemente una scultura; è il simbolo della città di Firenze. Esso è la rappresentazione artistica di un Leone, un animale maestoso e imponente che, fin dai tempi antichi, è stato universalmente riconosciuto come il simbolo del potere, della sovranità e della forza. A Firenze, in particolare, il Marzocco incarnava e rappresentava l’autorità della Signoria, la sua immagine era un monito visivo della supremazia e dell’indipendenza fiorentina.

Il nome ha origine etimologica da Martocus, una contrazione latina che significa “piccolo Marte”. Marte, come noto, era la divinità protettrice dell’antica città di Florentia.

 

 

Il leone, tuttavia, non era solo una rappresentazione simbolica. La sua presenza a Firenze aveva radici molto più concrete e affascinanti. Durante il Trecento, un’epoca di grande splendore artistico ma anche di intensa turbolenza politica e sociale, esisteva l’usanza di tenere in cattività degli esemplari di leoni veri. Questi felini venivano custoditi in gabbie appositamente costruite, situate nelle vie immediatamente adiacenti e retrostanti Palazzo Vecchio.

 

 

La presenza fisica di questi animali reali, che ruggivano e manifestavano la loro forza proprio nel cuore pulsante della città, era un’ulteriore e potentissima manifestazione della grandezza e del dominio fiorentino. L’impatto di questa usanza sull’immaginario collettivo e sulla toponomastica fu inevitabile e duraturo. Non è affatto sorprendente, che l’area specifica dove questi possenti felini erano tenuti prigionieri abbia assunto il nome inequivocabile e suggestivo di Via dei Leoni. Questo nome permane ancora oggi, a testimonianza di una peculiare tradizione storica che fonde il simbolismo araldico (il Marzocco) con una pratica reale e tangibile legata all’esibizione del potere signorile.

 

 

 

 

 

A UFO!

A UFO!

L’acronimo A.U.F.O. possiede una storia affascinante e ben radicata nel contesto della vita medievale italiana, specificamente legata alle grandi imprese architettoniche. Questa sigla non è affatto collegata ai moderni “Oggetti Volanti Non Identificati” (UFO), ma rappresentava un essenziale marchio burocratico e fiscale. La sua funzione era quella di contrassegnare tutti i beni e i materiali da costruzione – come marmi pregiati, pietra da taglio, legname strutturale e metalli – che dovevano essere esenti da dazi doganali e gabelle. Questa esenzione era cruciale per ridurre i costi e i tempi di approvvigionamento, garantendo il progresso ininterrotto dei colossali cantieri delle cattedrali.

L’espressione latina, declinata in diverse forme, si adattava all’ente costruttore di riferimento in ogni città:

  • A Roma: A.U.F. (Ad Urbis Fabricam) per la ricostruzione e l’ampliamento della Basilica di San Pietro, i materiali erano marcati A.U.F., che si traduce con la locuzione “Per la Fabbrica della Città.
  • A Milano: Ad UFA (Ad Usum Fabricae Ambrosianae) per l’imponente Duomo, la sigla era Ad UFA, ovvero “Per l’Uso della Fabbrica Ambrosiana.
  • A Firenze: A.U.F.O. (At Usum Florentinae Operae) per la realizzazione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, l’acronimo completo A.U.F.O. stava per “Per l’Uso dell’Opera Fiorentina,” l’istituzione laica che gestiva la costruzione del celebre Duomo.

Queste antiche pratiche amministrative hanno lasciato un’impronta duratura nella lingua italiana. Il modo di dire “a ufo”, è ancora oggi correntemente utilizzato per indicare qualcosa che non viene pagato, ovvero “a sbafo,” o “a spese altrui,” un retaggio linguistico che risale direttamente al privilegio di esenzione fiscale concesso ai materiali destinati a costruire i simboli più maestosi dell’Italia medievale.

Oh Buhaioli, c’è le paste!

Oh Buhaioli, c’è le paste!

Cosa vuol dire “Oh bucaioli, c’è le paste”?

L’espressione dialettale fiorentina “Oh bucaioli, c’è le paste!” è diventata nel tempo un vero e proprio tormentone, un richiamo popolare che evoca immediatamente la tradizione e la vita quotidiana del capoluogo toscano. L’origine di questo modo di dire è incerta e dibattuta, e storicamente si concentrano due ipotesi principali che ne spiegano la nascita.

La prima teoria associa l’appellativo dispregiativo (o affettuoso) di “bucaioli” a una specifica categoria di commercianti che lavoravano nel cuore della città, in particolare nella zona di San Lorenzo. “Bucaioli” era il nomignolo dato a quei bottegai che gestivano le loro attività commerciali all’interno dei locali seminterrati, spesso definiti “buche” o scantinati del centro storico. Si trattava di spazi angusti, situati sotto il livello stradale (alcuni oggi adibiti a ristoranti).

Secondo questa ricostruzione, all’ora di pranzo, i ristoratori o i venditori ambulanti che attraversavano le strade sovrastanti utilizzavano proprio l’espressione “Oh bucaioli!” per richiamare l’attenzione di questi commercianti e annunciare l’arrivo del cibo. Il richiamo serviva per farli uscire dalle loro “buche” e acquistare il pasto. 

Cosa vuol dire “Oh bucaioli, c’è le paste”?

Una seconda, teoria assegna l’appellativo di “bucaioli” ai renaioli, gli uomini la cui dura professione consisteva nel raccogliere la rena (sabbia) dal letto del fiume Arno. Questa operazione veniva effettuata con grandi pale che, sollevando la rena, lasciavano delle vere e proprie “buche” o depressioni nell’alveo del fiume, da cui l’epiteto.

All’ora del pranzo (i’ desinare), che per queste famiglie operaie spesso prevedeva un piatto sostanzioso come la pastasciutta, erano le mogli dei renaioli a utilizzare questa espressione, gridando dalla riva del fiume o da casa per richiamare i mariti che lavoravano nell’Arno: “OH BUHAIOLI C’È LE PASTE!!”.

Indipendentemente dalla sua vera origine, il tormentone è sopravvissuto come un’autentica e colorita espressione della tradizione fiorentina. Cosa vuol dire “Oh bucaioli, c’è le paste”? https://www.facebook.com/watch/?v=2416375182159100

..o icche c’entra i’ culo e le quarantore!?

..o icche c’entra i’ culo e le quarantore!?

perché si dice ..o icché c’entra i’ culo e le quarantore?

“O i’cche c’entra i’ Culo con le Quarantore?”: L’Origine di un Detto Popolare Fiorentino.

Questa colorita espressione è un detto decisamente “vecchiotto,” ma ancora molto in uso nella tradizione toscana. Esso serve a indicare in modo schietto e diretto chi parla a sproposito, chi pronuncia affermazioni che non hanno alcuna attinenza con il contesto, o per evidenziare l’assoluta mancanza di connessione logica tra due elementi o argomenti diversi.

Il detto è divenuto proverbiale grazie a un aneddoto popolare accaduto in un contesto sacro, innescando una reazione tanto umana quanto inattesa. Le Quarantore, nel Cristianesimo, sono una forma di preghiera solenne e intensa, che consiste nell’adorazione ininterrotta del Santissimo Sacramento per un periodo di quaranta ore consecutive. Era un momento di profonda devozione che richiamava molti fedeli.

perché si dice ..o icché c’entra i’ culo e le quarantore?

Si narra che l’episodio ebbe luogo nella piccola e affollata chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Mentre il solenne rituale delle Quarantore era in pieno svolgimento, la funzione fu improvvisamente interrotta da un evento di ben altra natura. Una Signora, sentendosi palesemente palpeggiare il fondoschiena nella folla, reagì con un gesto immediato e furente, rifilando un sonoro schiaffo all’uomo responsabile.

L’uomo in questione, colto in flagrante e visibilmente imbarazzato per l’accaduto in un luogo sacro, tentò goffamente di discolparsi. Provò a giustificare il suo gesto, a suo dire involontario e attribuibile alla ressa formatasi per la liturgia, balbettando: “…è per via delle quarantore!” La risposta della donna, inviperita e con il tipico pragmatismo toscano, fu fulminea, memorabile e priva di filtri: “O i’cche c’entra i’ culo con le quarantore?!?!?”

Fu da questo fatto divertente e icastico, dove l’uomo cercava di usare una funzione religiosa come scusa per la sua condotta impropria, che nacque il celebre modo di dire, tramandato fino ai giorni nostri per sbeffeggiare qualsiasi tentativo di giustificazione illogica o totalmente fuori luogo. perché si dice ..o icché c’entra i’ culo e le quarantore?

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