L’identità di Firenze risplende nel ricordo del 17 febbraio 1530, quando il capoluogo toscano scelse l’ironia come arma contro l’oppressore, organizzando la partita di calcio storico che sarà poi ricordata per sempre come la partita dell’assedio.
Il conflitto vedeva la giovane Repubblica opporsi al ritorno della dinastia medicea. Le milizie imperiali assediavano le mura, ma Firenze non si piegò. La città decise, in scherno ai nemici, di mantenere viva la tradizionale partita di Calcio Storico, che allora si giocava per il Carnevale, persino Michelangelo contribuì alla causa progettando avanguardistiche strutture difensive.
La partita fu disputata in Piazza Santa Croce, sotto gli occhi attoniti del nemico. Mentre le artiglierie tuonavano, musici sul tetto della basilica coprivano il frastuono con note vibranti. I calcianti, divisi tra Bianchi (di stupore) e Verdi (di bile), trasformarono l’arena in un palcoscenico di fierezza: non contava il punteggio, ma dimostrare che lo spirito fiorentino superava la potenza dei cannoni. Sebbene la città dovette infine soccombere nell’agosto dello stesso anno, quella partita rimase l’emblema eterno di una libertà che non accetta sottomissione.
La rievocazione dell’evento è preceduta dall’esibizione dei Bandierai degli Uffizi e dalla sfilata del Corteo Storico Fiorentino.
































































