by Stefano Bruschi
Oltre ai servizi urbani che hanno caratterizzato la mobilità interna di Firenze, la storia del trasporto pubblico locale in Toscana è stata profondamente segnata dalla SITA, acronimo di Società Italiana Trasporti Automobilistici. Questa fu un’altra storica e fondamentale azienda che si occupò principalmente di assicurare i collegamenti nel vasto territorio extraurbano, interessando Firenze e l’intera provincia.
La SITA fu un’iniziativa di grande portata: venne costituita il 6 Settembre del 1912 per volontà del colosso automobilistico Fiat. L’obiettivo primario era l’utilizzo su larga scala degli automezzi per il trasporto collettivo, un’innovazione cruciale per l’epoca. Il servizio assicurato dalla compagnia era essenziale per la vita della regione: essa non solo garantiva il collegamento tra i piccoli centri di provincia e la città capoluogo, ma rivestiva anche un ruolo di primaria importanza nel servizio postale. Le corriere SITA fungevano da vero e proprio cordone ombelicale tra la campagna e la città, collegando borghi isolati e portando persone e merci (posta inclusa) fino alle principali stazioni ferroviarie, dove avveniva lo scambio con la rete nazionale.
La presenza della SITA sul territorio fu talmente capillare e consolidata da superare il mero status di nome aziendale e diventare un sinonimo generico. Il termine “Sita”, infatti, si trasformò in una metonimia, identificando per estensione l’autobus interurbano stesso – la corriera. Non era affatto raro imbattersi in frasi tipiche come: “aspetto la Sita” (per dire “attendo la corriera”) o “vado in Sita” (che significava “raggiungo la destinazione con l’autobus interurbano”).
Questo fenomeno linguistico testimonia il radicamento sociale e l’affidabilità percepita della compagnia, la cui fama e utilità erano tali da rendere il suo nome la denominazione popolare universale per il trasporto extraurbano a lunga percorrenza. La SITA, quindi, non solo muoveva persone, ma dava anche il nome a un’intera categoria di trasporto collettivo.
by Stefano Bruschi
La storia del più grande monumento della cristianità ebbe inizio in una data fondamentale: l’8 Settembre 1296. Fu in questo giorno che prese il via l’imponente progetto per la costruzione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, un’opera destinata a diventare il simbolo della potenza e della spiritualità della Repubblica Fiorentina.
Il disegno originale e la prima direzione dei lavori furono affidati al celebre architetto fiorentino Arnolfo di Cambio. Tuttavia, come spesso accadeva per progetti di tale grandezza, il cantiere fu caratterizzato da interruzioni e successive riprese, vedendo il contributo e la supervisione di maestri illustri. Tra coloro che si succedettero nella direzione dei lavori e lasciarono un segno indelebile vi furono il pittore e architetto Giotto (a cui si deve il magnifico Campanile), Francesco Talenti e Giovanni di Lapo Ghini.
Il momento di massimo splendore e realizzazione tecnica giunse nel 1436 con il completamento della Cupola, l’innovazione ingegneristica che definisce l’orizzonte fiorentino. L’ardita struttura, progettata e realizzata dal genio di Filippo Brunelleschi, fu un’impresa senza precedenti. Al momento del suo completamento, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore fu riconosciuta come la più grande chiesa del mondo; oggi, pur essendole succedute altre, detiene ancora il prestigioso titolo di terza chiesa per dimensioni a livello mondiale.
Le sue dimensioni sono effettivamente imponenti e testimoniano la grandezza della sua concezione. La Cattedrale si estende per una lunghezza complessiva di 153 metri. La larghezza varia sensibilmente, misurando 38 metri nelle navate e raggiungendo i 90 metri a livello del transetto. All’interno, l’altezza della navata si innalza per 55 metri. La meraviglia del Brunelleschi raggiunge un’altezza esterna di 88 metri e viene coronata dall’elegante lanterna, che aggiunge ulteriori 20 metri alla struttura, sfiorando i 108 metri totali.
Nonostante l’antichità della struttura principale, l’aspetto esterno che i visitatori ammirano oggi è frutto di un intervento successivo: la facciata attuale è di realizzazione molto più recente, essendo stata completata nel 1887 su progetto dell’Architetto Emilio De Fabris.
by Stefano Bruschi
Il 14 settembre 1938 nacque a Firenze il celebre giornalista, acuto osservatore e rinomato scrittore Tiziano Terzani. La sua vita, interamente dedicata alla curiosità e alla narrazione del mondo, si concluse il 28 luglio 2004.
Nonostante la sua lunga e prestigiosa carriera nel giornalismo internazionale, Terzani è conosciuto in Italia e nel mondo principalmente come scrittore, grazie alla profondità e all’umanità dei suoi numerosi libri. Oggi, è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi e più influenti scrittori italiani del Ventesimo secolo. La sua figura intellettuale si distinse per essere una delle menti più lucide, progressiste e profondamente orientate alla non violenza del suo tempo, un punto di riferimento morale per intere generazioni di lettori.
Il suo percorso professionale prese avvio dopo la laurea in giurisprudenza conseguita con lode presso l’Università di Pisa. Iniziò a lavorare per l’Olivetti, un incarico che si rivelò fondamentale, poiché gli permise di intraprendere numerosi viaggi, prima attraverso l’Europa e, successivamente, in Oriente. Questa esperienza nomade alimentò il suo innato desiderio di esplorazione e conoscenza. Nel 1968, si trasferì in California per frequentare la prestigiosa Stanford University, dove non solo studiò, ma approfondì la lingua cinese, maturando un’irresistibile e profonda attrazione per il mondo orientale e le sue complesse culture millenarie.
Spinto dalla vocazione per il reportage e il racconto diretto, Terzani decise di lasciare l’Olivetti per intraprendere la carriera giornalistica a tempo pieno. Fu ingaggiato dal celebre settimanale tedesco Der Spiegel di Amburgo come corrispondente per il Sud-Est Asiatico. Si stabilì a Singapore, iniziando una fase cruciale della sua vita professionale.
Impegnato a narrare sul campo il conflitto in corso, fu uno dei pochi e coraggiosi giornalisti a testimoniare in prima persona la caduta di Saigon durante la guerra del Vietnam. Dopo questo evento storico, nel 1975, si trasferì a Hong Kong e, nel 1978, fu in prima linea per documentare gli sviluppi drammatici dell’invasione della Cambogia da parte del Vietnam, un conflitto che, come tristemente noto, portò a un vero e proprio olocausto. Il suo sogno di una vita si realizzò nel 1980, quando si stabilì a Pechino come corrispondente fisso.
Verso la fine della sua esistenza, dovette affrontare una malattia, un tumore, che lo portò a risiedere per diversi anni in India, dove approfondì la sua ricerca spirituale. Infine, si ritirò all’Orsigna, l’amato rifugio sull’Appennino tosco-emiliano, dove si spense nel 2004.
Le sue riflessioni sul viaggio e sulla malattia sono quanto mai illuminanti: «Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere, e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio, involontario, il più impegnativo…» e, con la sua inconfondibile ironia e curiosità: «Ormai mi incuriosisce più morire. Mi dispiace che non potrò scriverne»
by Stefano Bruschi
La Rificolona costituisce un affascinante e sentito evento folcloristico, profondamente radicato nella tradizione della città di Firenze. Questa celebrazione si svolge annualmente il 7 Settembre, in coincidenza con la vigilia della Natività della Beata Vergine Maria. L’elemento centrale di questa festa sono le omonime rificolone: si tratta di caratteristiche lanterne artigianali, meticolosamente realizzate e rivestite con carta di vario colore, che vengono poi fissate all’estremità superiore di una lunga canna.
Queste suggestive lanterne vengono portate in sfilata per le vie storiche del centro cittadino, primariamente dai ragazzi e dalle ragazzine della città. La processione culmina in Piazza Santissima Annunziata, dove i partecipanti ricevono la solenne benedizione. Tuttavia, è proprio al termine della sfilata che spesso si verifica il momento più giocoso e “pericoloso” per le lanterne: esse finiscono per essere l’obiettivo prediletto dei tiri di cerbottana sparati da altri giovani, che tentano di forarle e, in un gesto di scherzoso vandalismo, incendiarle.
Le radici storiche di questa particolare usanza affondano in un’antica tradizione legata al pellegrinaggio dei contadini provenienti dalle campagne circostanti. Questi pellegrini si dirigevano verso Firenze per celebrare la Natività della Madonna e, al contempo, per partecipare e vendere i prodotti dei loro raccolti e dei loro mestieri alla fiera cittadina, nota come “fierucola” o “fiercola”.
Molti di questi lavoratori rurali partivano prima dell’alba o arrivavano già la sera precedente il giorno della fiera. Non essendoci l’illuminazione pubblica moderna, essi utilizzavano delle lanterne rudimentali e goffe per illuminare il loro cammino notturno. Arrivati in città, erano soliti bivaccare presso i loggiati e i portici della Piazza Santissima Annunziata. Trascorrevano la notte cantando inni e preghiere dedicate alla Vergine Maria, spesso senza riuscire a dormire.
Tuttavia, il loro arrivo e il loro aspetto campagnolo li rendevano bersagli di scherno e ridicolizzazione da parte della gioventù fiorentina. I giovani cittadini deridevano i contadini chiamandoli con il termine “fierucolone” o “fieruculone”. Questa denominazione era un doppio riferimento: da un lato, alla loro partecipazione alla fiera (“fierucola”), e dall’altro, in modo più irriverente e beffardo, al fondoschiena, spesso giudicato “importante”, delle contadine che avevano affrontato il viaggio.
Un’altra usanza non proprio benevola dell’epoca era che i giovani fiorentini lanciassero avanzi di frutta, come torsoli o bucce, contro le lanterne dei contadini, con l’intento specifico di danneggiarle e farle prendere fuoco. È proprio da questo soprannome dispregiativo, “fierucolona”, che la parola si è evoluta nel corso del tempo, attraverso una trasformazione fonetica e popolare, fino a diventare l’attuale e più celebre “rificolona” che dà il nome alla festa.