Il capolavoro indiscusso dell’architettura rinascimentale, la maestosa Cupola del Brunelleschi , non è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, completamente rifinita alla sua base. Osservando il gigantesco tamburo ottagonale su cui si innalza la Cupola, si nota immediatamente che il suo rivestimento esterno in marmo è rimasto incompiuto. Solo uno degli otto lati del tamburo presenta la prevista decorazione, caratterizzata da un elegante disegno di arcate di marmo bianco e verde.
Il progetto per completare questa fondamentale sezione dell’opera fu assegnato, oltre un secolo dopo la costruzione della Cupola stessa, all’architetto e scultore Baccio d’Agnolo. Il suo intento era quello di impreziosire e dare coerenza estetica all’intera struttura, completando il tamburo con una loggia scandita da colonnine. Egli procedette all’esecuzione del rivestimento su uno degli otto lati, fornendo un saggio di quello che sarebbe dovuto essere l’aspetto finale dell’intera opera.
Tuttavia, il progetto di Baccio d’Agnolo si scontrò con una critica celebre e devastante, proveniente dalla più alta autorità artistica dell’epoca: Michelangelo Buonarroti. Michelangelo, noto per il suo gusto per la grandiosità e la purezza delle forme, espresse il suo totale disprezzo per la loggia di Baccio con una battuta fulminante, definendola sprezzantemente “una gabbia per i grilli” (come quelle usate per la tradizionale Festa del Grillo). Con questa celebre e lapidaria espressione, Michelangelo intendeva denigrare la leggerezza, la sovrabbondanza decorativa e la presunta inadeguatezza stilistica dell’opera di Baccio rispetto alla sobria monumentalità della Cupola brunelleschiana.
L’impatto di questa critica fu talmente forte, data la statura di chi l’aveva pronunciata, da indurre l’architetto Baccio d’Agnolo a interrompere immediatamente i lavori. La critica di Michelangelo mise in discussione l’intero disegno, bloccando di fatto il completamento del tamburo per i secoli a venire.
Di conseguenza, il rivestimento in arcate di marmo si ferma bruscamente al lato da cui era iniziato, lasciando gli altri sette lati nudi, in mattoni, come una testimonianza storica del potere dell’opinione di un genio e del blocco causato da un dibattito architettonico irrisolto. L’opera resta così, nella sua grandezza, anche un simbolo di incompiutezza dettata da un’unica, potentissima frase.









































































